Protagonisti

Persone & Storie [di Pino Scaccia]

Graziano Mesina

21 ottobre 2009

I ragazzi ne hanno solo sentito parlare, la sua storia è lontana ma ancora è capace di fare notizia. “Grazianeddu” Mesina, secondo i giornali, dovrebbe partecipare alla settima edizione dell’Isola dei Famosi. Solo una riga e si scatena subito la bagarre. Con il cosidetto “re del Supramonte” ho un rapporto troppo forte per non parteggiare per lui. Ci unisce un’avventura in comune fra le più difficili (ed esaltanti) della mia carriera di cronista, ma anche la stima per una persona coraggiosamente coerente. L’ho conosciuto nel 1992, ci siamo rivisti quindici anni dopo, nel 2007. Da tre anni era un uomo completamente libero dopo aver passato metà della sua vita in carcere. Ritorno in Sardegna

L’appuntamento è all’aeroporto Costa Smeralda di Olbia. Giovedì 2 luglio 1992, ore undici di sera. (…) Ci piazziamo davanti alla mitica “125″ di Zappadu. Al volante c’è il figlio Antonello, eccellente fotoreporter, che in seguito svolgerà un ruolo decisivo nella vicenda. Posteggia l’auto sotto un lampione per regalarci un pò di luce. L’aereo della “Meridiana” arriva da Torino con un quarto d’ora di ritardo. Appena il tempo di attaccare la telecamera e dalla sala arrivi sbuca “Grazianeddu”. E’ più basso di quanto pensassi ma molto robusto, si vede che è in forma. Quelle immagini non sono mai andate in onda.(…) Il mio primo rapporto con Mesina dunque è stato clandestino. Un non-incontro. Mi era già capitato altre due volte. La prima, l’anno precedente, durante il sequestro Scanu. Dovevo fare un reportage sul banditisimo sardo e Mario Zappadu, che conobbi in quell’occasione, mi portò a Orgosolo, la capitale del silenzio, il regno dell’omertà. Riuscii in un’impresa non facile: entrare a casa Mesina. Trovai la sorella Peppa, piena di premure con tutti, e la madre di Graziano, che a 97 anni tutti chiamano ancora “zia” Caterina, splendida donna, occhi di fuoco. (…) La seconda volta, avevo un collegamento dall’interno del supercarcere di Novara. In qualche cella alle mie spalle era rinchiuso Mesina e naturalmente cerco di contattarlo. Diniego assoluto. Vengono ospiti invece in diretta due detenuti. Arrivano, tranquilli, con in mano un documento sulle condizioni carcerarie. Duro, durissimo. Gli dico: non si può, troppo duro. Replicano, con sicurezza: “Aspetta, torniamo subito“. Una delle guardie mi spiega”: “Vanno da Mesina, è lui che comanda qui dentro”. Il sequestro Farouk

Orgosolo, una settimana dopo. Graziano si siede con noi. Le mani. All’anulare sinistro ha un anello enorme, dannatamente kitsch. Un pò per curiosità, un pò per spezzare l’aria pesante, gli chiedo dell’anello. “Costa un sacco di soldi -spiega- uno vedi è un cobra. Gli occhi sono di rubino“. Poi apre l’inseparabile borsello, tira fuori altri due anelli: uno ha la forma di una pantera, l’altro di Cleopatra. Non mi piacciono molto, ma dico compiacente: splendidi. Sorride: “Quando Farouk sarà libero li regalerò ai Kassam. Il cobra al padre, Cleopatra naturalmente alla madre e la pantera a Farouk“. Hanno scritto che questi tre anelli sono serviti a Graziano per riconoscere i rapitori, nonostante il cappuccio, perchè li ha usati come sigilli. In realtà Graziano ha usato un solo anello, il cobra.  Dopo gli anelli, ha parlato dei bambini. Trent’anni di carcere, di cui “sedici nei sotterranei”, cioè in isolamento, mancanza d’amore, la voglia di figli, di una famiglia. Parole dette con gli occhi. Graziano si scioglie. Parla finalmente anche con la bocca. Si fida di noi. E di cose ne racconta tante: delle evasioni soprattutto. Scrivo a memoria perchè con lui guai ad usare taccuini: ogni intervista gli ricorda un interrogatorio e poi i giornalisti, dice, sono più curiosi dei poliziotti. “Sai perchè sono diventato il re delle evasioni? Per colpa dello Stato. Io in carcere volevo studiare. Mi hanno detto: tu sei troppo intelligente, se studi diventi pericoloso. Per non impazzire cominciai a passare le ore e i giorni e gli anni studiando il modo di uscire”. Grazianeddu

Lo chiamano ancora “Grazianeddu” anche se ha quasi sessant’anni. Piu’ della meta’ li ha passati in prigione: esattamente ventisette anni, sette mesi e sette giorni. Gran parte in isolamento. Una vita dietro le sbarre intervallata da molte evasioni: la prima quando aveva diciotto anni, l’ultima nell’85, una fuga d’amore. Condannato all’ergastolo nel ’72 per un delitto cosidetto d’onore (vendico’ la morte del fratello), deve la sua fama piu’ alle lunghe e ripetute latitanze che a responsabilita’ dirette nei sequestri di persona. E poi per quell’aria da Robin Hood. Una volta mi ha spiegato perche’ e’ diventato bandito: “Per il modo in cui le leggi sono gestite. Davanti all’ingiustizia sono sempre pronto a ribellarmi. Come sono pronto a non ribellarmi davanti alla giustizia”.

Venti evasioni tentate, nove riuscite. Un ribelle. La prima da giovanissimo, quando aveva sedici anni e fu arrestato per porto abusivo di armi. “Amici miei partivano per la visita di leva. Festeggiavamo. Qualcuno sparo’ in aria. Arrivarono i carabinieri che bloccarono tutte le stradine intorno al paese. Volevo spegnere la luce del lampione per rifugiarmi al buio. Chiesi la pistola e sparai. Mi videro, mi portarono in caserma, in cella. La mattina dopo chiesi di andare al bagno. Avevo gli scarponi. Tirai tre calcioni alla porta. Scappai. Mi rifugiai in montagna. Senza saperlo avevo cominciato la carriera del latitante, a sedici anni”.

La seconda fuga tre anni dopo lanciandosi da un treno in corsa durante un trasferimento. Lo ripresero subito ma nello stesso anno riusci’ a evadere un’altra volta, restando nascosto per due giorni e due notti in un grosso tubo del cortile di un ospedale. La fuga successiva fu la piu’ spettacolare. Dopo essersi arrampicato sul muro di cinta del carcere alto sette metri si lascio’ cadere con un salto acrobatico in una delle strade piu’ frequentate della citta’. Ripreso anche stavolta, qualche anno di “tranquillita” e poi ancora una fuga da un carcere di massima sicurezza. Quasi una sfida al direttore al quale la annuncio’ il giorno prima.

“Anche un’altra volta ero riuscito a fuggire – racconta spesso Graziano -. Avevo gia’ segato le sbarre quando chiamai l’agente di custodia. Ci sarebbe andato di mezzo lui, era un brav’uomo. Dai l’allarme, gli dissi. Quello mi guardava stralunato. Dai l’allarme, e gli tirai addosso la finestra gia’ segata”.

Graziano odia i taccuini e ama pavoneggiarsi, e’ il senso della sua vita nata sbagliata. “Quando arrivavo in un carcere – racconta ai pochissimi amici – andavo subito dai piu’ svegli. Ditemi come si fa ad uscire da qui. No, non subito, fra qualche giorno. Quando tornavano glielo spiegavo”.

Graziano racconta anche altre cose, probabilmente vere. Di quando aveva sequestrato un imprenditore della calzatura (Botticelli?) e durante il sequestro, camuffato con una barba finta, giocava a briscola col maresciallo dei carabinieri, in un paesino marchigiano. E di quando gli arrestarono la sorella e lui – latitante, ricercato in tutt’Italia – riusci’ ad entrare, nonostante la scorta, in casa del questore a Milano e gli lascio’ sul letto un biglietto di minacce. Forse non e’ vera. Sicuramente secondo me e’ inventata un’altra storia che racconta spesso: la cena con un noto attore (Michele Placido?) in piazza di Spagna mentre era recluso a Roma. Dice di essere uscito da Regina Coeli attraverso le fognature. Ma a forza di raccontarla lui crede pure a questa. “Se mi facevano studiare… quanti anni persi”, e’ il suo unico rimpianto. Lo ripete sempre.

Un giorno gli dico per provocarlo: “Tua madre pensa che sei un bravo ragazzo”. Lui risponde seriamente, senza sorrisi”:

“Mia madre non mi ha mai conosciuto a fondo. Forse perche’ nell’eta’ in cui si parla alla madre io non c’ero. Ha sempre stentato a credere chequello di cui parlavano i giornali ero io. Perche’ sono diventato quello che sono? Perche’ nessuno puo’ decidere del proprio destino. Certo so perche’ scoppia la rabbia. Andare avanti e indietro da un bar all’altro, emarginati, disoccupati, senza obiettivi. Si vive allo stato brado”.

Mi chiedono spesso dov’e’ adesso Graziano Mesina. E’ tornato in galera. Non l’ho piu’ rivisto, ne’ sentito anche se talvolta ho avuto voglia d’incontrarlo. Per capire. Ho sperato di rivederlo ai vari processi ma non si e’ mai presentato. Ha fatto sapere agli amici: “Che senso ha parlare? Mi hanno incastrato”.

Mesina e’ tornato in galera l’anno dopo quel saluto all’aeroporto di Olbia. Un arresto improvviso e imprevisto, il 29 luglio del ‘93. Era in liberta’ condizionale dal 18 ottobre 1991, quando il tribunale di sorveglianza di Torino gli aveva concesso il beneficio della “liberta’ condizionale” per un periodo di cinque anni. Poi la storia burrascosa di Farouk e l’arresto (inaspettato) per le armi. Una vita comunque in primo piano, da raccontare.

Una vita da “balente”. La “carriera” di bandito di Mesina comincia presto. Colpa forse di un’infanzia e un’adolescenza difficilissime. Il padre, Pasquale, ha un pezzo di terra e qualche gregge, sta sempre fuori, in montagna, come tutti i pastori. E’ dunque la madre, Caterina Pinna, che pensa quasi da sola all’educazione di otto figli: sei maschi e due femmine. Graziano, il piu’ piccolo, gia’ e’ un miracolo che frequenta le elementari, oltre a fare anche lui il pastore, come tutti in famiglia. Ha solo dodici anni quando muore il padre, un lutto che lo porta ad affezionarsi maggiormente ai fratelli e in particolare a Giovanni Nicolo’. La vita del Supramonte lo fanno forte e spericolato: il caratteristico “balente”. Di lui a Orgosolo si racconta ancora un aneddoto: a sedici anni, troppo “pizzinnu” (piccolo), secondo i fratelli maggiori, non doveva fumare. Cercava pero’ di procurarsi sigarette a tutti i costi. Un giorno fa una scommessa con un pastore: “Se mi dai da fumare salto da una roccia all’altra”. Affare fatto. Graziano salta e conquista la sigaretta. L’altro resta sorpreso: se Grazianeddu avesse sbagliato di pochi centimetri sarebbe precipitato in uno strapiombo di ottanta metri.

Era cosi’ indipendente e insofferente a qualsiasi disciplina, che a sedici anni ha le prime noie con la giustizia, come ho gia’ raccontato. Si mette male. I fratelli cercano di evitargli guai maggiori e lo inviano in continente. Viene pero’ ancora arrestato per detenzione di armi. Rinchiuso a Spoleto riesce a fuggire iniziando cosi’ la lunga serie di evasioni.

Rientra in Sardegna nel 1960, l’anno che gli segna definitivamente la vita. A luglio viene sequestrato il commerciante nuorese Pietrino Crasta poi ucciso a colpi di pietra. Il corpo e’ ritrovato qualche giorno dopo nelle vicinanze di “Monte Lenardeddu” dove i fratelli Mesina hanno l’ovile. Vengono arrestati Pietro, Nicolo’ e Giovanni Nicolo’ quali presunti autori del sequestro insieme ad altri pastori della zona. Dopo due anni di carcere sono assolti per insufficienza di prove. Nel dicembre del 1961 mentre era in corso l’istruttoria, il pastore Luigi Mereu, zio di Francesco, uno degli imputati, dice in giro di essere in possesso di gravi prove contro i fratelli Mesina. Alla vigilia di Natale, Grazianeddu ferisce gravemente Mereu con due colpi di pistola. Un paio di giorni dopo, fermato in un bar di Orgosolo, il giovane Mesina si ribella agli agenti e viene arrestato. Per il tentato omicidio e’ condannato a sedici anni di reclusione.

Graziano si sente un animale in gabbia: non accetta la galera. Nel maggio del 62 evade dalla stazione di Macomer durante un trasferimento a Sassari. Si getta dal treno in corsa ma viene ripreso dopo un breve inseguimento. Quattro mesi piu’ tardi fugge dall’ospedale di Nuoro ,dove era ricoverato, scivolando dal quarto piano lungo la grondaia. Per evitare la cattura rimane nascosto per due giorni e due notti in un grosso tubo delle fognature nel cortile dell’ospedale.

Il primo novembre dell’anno dopo nelle campagne di Orgosolo viene ucciso Giovanni Nicolo’, il fratello prediletto di Graziano, insieme a un altro giovane del paese, Raimondo Mattu. Il duplice omicidio arriva due giorni dopo l’assassinio dei coniugi inglesi Edmond e Vera Townley. Si parla di regolamento di conti tra bande rivali che si addossano a vicenda le responsabilita’ del sequestro e dell’uccisione di Pietrino Crasta. Passano tredici giorni : Graziano Mesina irrompe, armato di mitra, nel bar “Supramonte” di Orgosolo e uccide Giovanni Andrea Muscau. Un errore. L’obiettivo di Grazianeddu era infatti il fratello della vittima, Giuseppe Muscau noto come “grussotto” che, a suo giudizio, aveva delle responsabilita’ nell’uccisione di Giovanni Nicolo’. Nuovo arresto per Mesina e una condanna a ventisei anni per omicidio.

L’11 settembre del ’66, dopo due tentativi andati a vuoto, riesce a evadere in modo rocambolesco dal carcere “San Sebastiano” di Sassari. Domenica pomeriggio: seguito dall’ex legionario spagnolo Miguel Alberto Atienza, si arrampica sul muro di cinta alto sette metri lanciandosi nella sottostante via Cavour. Sta nove mesi in latitanza con lo spagnolo, fino al giugno del ’67 quando sono scoperti dalla polizia. Nel conflitto a fuoco restano uccisi due giovani “baschi blu” e Atienza e’ ferito mortalmente. Mesina riesce a trascinare via il corpo dell’amico. Dieci giorni dopo fa ritrovare il cadavere in montagna avvolto in un sacco e legato con fil di ferro. Graziano resta alla macchia fino al 26 marzo del 1968 quando e’ catturato da una pattuglia della polizia stradale lungo la statale per Orgosolo. Ancora una evasione nell’agosto del ’76 dal carcere di Lecce. La nuova latitanza dura quasi un anno. Catturato il 16 marzo del 1977 vicino Trento, finisce nel penitenziario di Porto Azzurro dove improvvisamente decide di cambiare atteggiamento. Nessun tentativo di fuga, nessun atteggiamento da ribelle, nessuna noia. Diventa quasi un detenuto modello. Si e’ messo in testa infatti di ottenere il riesame della sua vicenda processuale.

Resiste fino all’aprile dell’85. Il giorno dodici non rientra in carcere da una giornata di permesso. Una settimana dopo e’ rintracciato in un appartamento di Vigevano in compagnia della fidanzata, Valeria Fuse’ (“volevo festeggiare con lei il mio compleanno” si giustifica con gli agenti: il 4 aveva compiuto quarantatre’ anni). Una fuga d’amore, dunque, che pone definitivamente fine alla vita rocambolesca dell’ex primula rossa. “Meglio cosi’, finalmente Graziano e’ cresciuto”  il commento dei familiari e degli amici sardi.

Graziano, dopo Valeria, ha avuto altre storie d’amore. Soprattutto tante ammiratrici. Ancora oggi donne di tutt’Europa gli scrivono lettere appassionate. Sentimenti virtuali, per spezzare il destino di carcerato a vita.

L’ultimo arresto. Asti, 29 luglio 1993, poco prima di messogiorno. I carabinieri fanno irruzione nella casa dell’imprenditore sardo Michele Quai e arrestano Graziano Mesina, insieme a due giovani liguri con mitra, pistole e altre armi.

Da un paio d’anni Mesina era in liberta’ vigilata. Impiegato come magazziniere a San Marzanotto nella dita di Quai, era comunque riuscito a mettersi nei guai. Non poteva allontanarsi dal Piemonte e invece il 24 settembre del ’92 e’ preso dai carabinieri a Parma. Non solo senza permesso ma in possesso di fotografie ritenute compromettenti, fornitegli pare da un compagno di cella. Foto di un funzionario amministrativo di Modena inquisito per truffa: il tentativo di un ricatto? Oppure Mesina era a Parma per la Silocchi? O forse era stato contattato per risolvere il sequestro della Furlanetto (aiuto pero’ negato dopo la sarabanda di Farouk)? Alla fine, la sua era stata presa per una scappatella, riuscendo a conservare i benefici. Salvo per un pelo. Poi quell’arresto per le armi.

Gli inquirenti non hanno dubbi. L’operazione che ha portato all’arresto di “Grazianeddu” era avviata da tempo e “dimostrerebbe la ripresa dell’attivita’ criminosa del Mesina”, com’e’ scritto nel verbale. Eppure l’ex “re del Supramonte” da tempo viveva nella paura di essere “incastrato”, come aveva confidato negli ultimi tempi a Corrado Testa, direttore del “Gazzettino di Asti:”Da mesi vivo nella paura. Sento che mi vogliono incastrare. So di dare fastidio quando parlo della liberazione di Farouk. Io so che qualcuno si e’ imbestialito quando al comitato parlamentare per i servizi segreti ho dichiarato che sono dovuto intervenire io per non mettere a repentaglio la vita del piccolo. Tutte le notti adesso i poliziotti perquisiscono la mia casa, sono sotto sorveglianza strettissima, come non avveniva da anni. Mi viene da piangere, spesso. Sono convinto che non rivedro’ piu’ mamma Immacolata. E poi voglio lavoro, tutto il giorno giro qui per Asti senza una meta, non ho niente da fare. Pensare che ci sono i miei fratelli a Orgosolo che hanno una pasticceria. Il mio sogno? E’ quello di finire la mia vita a fare il fornaio”.

Ad Asti Mesina era ormai praticamente disoccupato: con l’azienda Quai in crisi, Mesina passava effettivamente le giornate girovagando per la citta’, quasi sempre solo. Nelle sue passeggiate per Asti spesso si fermava alla gioielleria Costacurta. Secondo indiscrezioni sarebbe stata di fatto sua, registrata con il nome di una parente. Il negozio e’ stato perquisito, ma Corrado Passorino e Patrizia Poli affermano di essere i regolari titolari.

Certo la notizia dell’arresto ha lasciato di stucco tutti i suoi amici sardi. Possibile che Graziano si sia compromesso alla vigilia dell’esame per la sua domanda di grazia? Sperava in un po’ di riconoscenza per l’intervento a favore di Farouk.

L’avvocatessa Gabriella Banda, legale di Mesina, e a lui –sembra- legata sentimentalmente non gli ha potuto parlare. “L’ho soltanto visto seduto in cella, aveva gli occhi iniettati di sangue – racconta – la rabbia traspariva da ogni poro. Quando ho saputo la notizia sono cascata dalle nuvole. E’ incredibile, aspettavamo i giorni che ci dividevano dal 5 agosto convinti che sarebbe arrivata la liberta”‘.

Ai primi di luglioinfatti, l’avvocato avevachiesto la grazia al presidente Scalfaro. “Mesina e’ persona nota, suo malgrado alle cronache sociali – era scritto nella lettera -. Il signor Presidente conoscera’ dunque il travaglio dell’uomo e sara’ informato della concreta volonta’ di ben operare per quanto a lui possibile”.

Non conosco la verita’, perche’ l’ultima volta l’ho visto anni prima. Ma ricordo bene quel pranzo a casa Zappadu, prima della partenza dalla Sardegna. Una cosa mi ripeteva spesso, quasi un’ossessione. “Io non sono mai stato un bravo ragazzo, lo so, ma nella mia vita burrascosa, da bandito come dite voi, ho avuto una sola condanna per omicidio, una sola: quando vendicai l’assassinio di mio fratello, nel 1961. Ero un ragazzino e per quel delitto ho passato la mia vita in galera, trent’anni pensa, la meta’ in isolamento, come un cane. Non ho ancora pagato?”.

Di Graziano conservo in eredita’ un famoso detto della Barbagia: “Nega ferru ferru”. Nega anche che il ferro sia ferro. (Pino Scaccia “Sequestro di persona” Editori Riuniti, 2000)

Olbia, gennaio 2007

Graziano Mesina è definitivamente libero dal 25 novembre 2004, quando ha ottenuto la grazia dal presidente della Repubblica.

LA DIRETTA DELLA LIBERAZIONE

L’INCONTRO A GORIZIA

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5 commenti su “Graziano Mesina

  1. Laura
    2 settembre 2010

    Splendido articolo, Pino!
    Mi è sembrato di stare lì con te ad intervistare Grazianeddu!!!

  2. sylvie
    7 settembre 2010

    l’ho visto,fotograto e ho deciso d terminare di leggere il libro che avevo comprato anni fa.Sono un’assidua frequentatrce della vostra isola sono anni e anni che vengo in vacanza a budoni e ogn volta che entro nella panetteria di suo fratello mi verrebbe da dire sempre”salutatem grazaneddu”.quest’anno però ho vinto la mia incomprensibile timidezza e mi sono recata ad Orgosolo X ASSSTERE ALLA SFILATA DE CAVALLI,ed ecco che m passa lu davanti con possente portamento e allo scroscìo dell’applauso de suoi paesani m son chiesta”ma allora il mesina di cui sto leggendo il libro chi è?”ho fissato a lungo il suo sguardo profondo e ne sono letteralmente rimasta affascinata,se nn avess saputo chi fosse scuramente avrei perso la testa e fatto in modo di conoscerlo più drettamente.CHE bello sarà stato x te ntervistarlo,io m sare accontentata di fare una foto con lui.

  3. teresa campus
    18 novembre 2010

    vorrei conoscere graziano passare una giornata con lui

    • pinoscaccia
      18 novembre 2010

      credo che basti cercarlo a orgosolo, da quel che so abita ancora lì

  4. ROBERTO
    16 marzo 2013

    GRAZIANO HE UN MITO INTRAMONTABILE

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Questa voce è stata pubblicata il 29 giugno 2010 da in graziano mesina.

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