La mattina che liberarono Augusto De Megni corsi all’aeroporto dell’Urbe, a Roma. Un elicottero della polizia ci aspettava per andare a riprendere il bambino. C’erano ancora i Nocs. Ma arrivati sul posto, Augusto non c’era piu’. Ricordo una corsa folle, fino a Perugia. Fuori casa De Megni c’erano giornalisti, fotografi, tante telecamere: tutte rigorosamente fuori. Io entrai sparato con l’auto della polizia. Mi ritrovai da solo in salotto con il bambino, la madre e il padre. Non ricordo, dopo tanto tempo, le parole. Ma una cosa che mi e’ rimasta dentro e’ la dolcezza di quel bambino. Un ometto. Lo aveva gia’ dimostrato nel momento piu’ duro, quello del sequestro. “Papa’, tranquillo non faro’ uscire lacrime, stringero’ i denti” aveva detto. Era lui che tranquillizzava i grandi. Il padre non credeva a un sequestro, lui invece capi’ subito: pianse solo quando incaprettarono il padre.Ricordo altre due cose. Che Augustino aveva un male terribile ai talloni: per molto tempo, dopo la liberazione, non e’ poi riuscito a camminare. E che era talmente sotto choc che non voleva andare dal presidente Cossiga. Perche’ parlava sardo. Gli ricordava i rapitori.Da allora gli voglio bene.  Raccontare la storia del suo segreto, significa svelare un po’ dei segreti che ci sono intorno alla liberazione. Bisogna naturalmente cominciare dal nonno, suo omonimo. Il vecchio “Puccio” De Megni, chiese aiuto a tutti. Non era uno “qualsiasi”, ma un massone potente, gia’ gran maestro del rito scozzese e antico. Ce la mise davvero tutta. Per amore, naturalmente, ma anche perche’ si sentiva un po’ responsabile di quel sequestro. La notizia non era stata resa pubblica, ma lui sapeva che ad agosto (due mesi prima) avevano tentato di rapire Bruno Buitoni: a Perugia dunque c’era una banda scatenata. Non solo. Venti giorni prima del sequestro di Augustino (a ottobre) il nonno aveva compiuto una grossa operazione finanziaria. Ne raccontano tante sulla sua disperata ricerca di aiuto. Una delle voci piu’ accreditate porta a una grossa comunita’ terapeutica, in Umbria. Li’ c’era una ragazza uscita dalla droga figlia di un sardo della Barbagia. Il padre della ragazza decise di intervenire. L’inchiesta della procura di Palermo sta cercando di appurare se in quel frangente intervenne anche l’immancabile Luigi Lombardini mettendo a disposizione tutta la sua rete di informatori. Fatto sta che il vecchio De Megni non pago’ il riscatto ma tiro’ fuori in tutto ottocento milioni: trecento in beneficenza agli orfani dei poliziotti, l’altro mezzo miliardo non si sa, forse pago’ l’informazione decisiva: dove stava il bambino. Arrivarono i Nocs e lo liberarono. Fu sicuramente una soffiata. Augusto De Megni fu liberato il 3 febbraio. Pochi giorni prima, il 28 gennaio, ci fu una grande cena a Perugia. Il prefetto De Marinis (ora e’ morto) confido’ agli amici: “Ormai sappiamo dove sta Augusto, e’ come se fosse gia’ libero”. Oltretutto, uno di quei Nocs mi ha confidato di recente che conoscevano esattamente il punto, anche se ci misero parecchio perche’ la grotta era nascosta benissimo, dalle foglie. Quando finalmente arrivarono non ci furono reazioni. Il bambino era sotto il tiro della pistola di uno dei banditi, ma quello non sparo’. Augustino disse subito: “Lui e’ buono”. Ancora gli scrive. Dopo qualche tempo, ci furono due morti. Due sardi. Forse quelli che avevano parlato.  “Sequestro di persona” di Pino Scaccia – Editori Riuniti

Il rapimento era avvenuto di sera. Quattro banditi armati e con il volto coperto da passamontagna avevano fatto irruzione nella villa De Megni, alla provincia Perugia. Un’operazione rapidissima, di pochi minuti. In casa c’erano soltanto Dino De Megni e suo figlio, Augusto, dieci anni. Il padrone di casa vennelegato e imbavagliato, il bambino portato via dai rapitori. Il sequestro durò quasi quattro mesi. Un tempo interminabile per la famiglia, che interruppe a tratti il silenzio stampa, voluto sin dal primo giorno, soltanto per lanciare appelli e messaggi ai rapitori. La richiesta dei sequestratori fu di 20 miliardi di lire e arrivò solo dopo 27 giorni dal sequestro. I familiari tentarono di trattare, mentre lo Stato scelsela linea dura. Fu proprio in quei giorni che venne infatti approvato il decreto d’emergenza per il sequestro preventivo dei beni delle famiglie dei rapiti. I sequestratori, da parte loro, sanno che i De Megni potevano permettersi quella cifra. Il padre ed il nonno di Augusto, appartenevano a una delle famiglie più ricche di Perugia, possedendo addirittura una banca. Il 22 gennaio del ’91 i Nocs scovano la prigione dove Augusto è tenuto prigioniero. L’irruzione nel casolare è rapida, ma uno di loro punta una pistola dritta sulla tempia del bambino. Vuole trattare, cercare un accordo, salvarsi. Passerá più di mezz’ora prima che decida di mettere giù l’arma e lasciarsi arrestare. Augusto De Megni ora è libero. Nel giro di una mezz’ora l’immagine di quel bambino, avvolto in un giubbotto troppo grande per la sua etá, finirá su tutti i telegiornali della sera. Sereno, equilibrato e composto come e più di un adulto dirá: «Sono stato trattato abbastanza bene, stavo in una piccola prigione e leggevo il giornale tutti i giorni. So che è scoppiata la guerra, ne ho discusso anche con i miei rapitori».

20 maggio 2005

Il nostro incubo. Non posso dire di non essere contento, non perche’ il signore mi sia antipatico, ma perche’ effettivamente ha sempre ostacolato pesantemente il nostro lavoro. Ho avuto a che fare con lui tre volte. La prima al palazzo di giustizia di Roma. Sentenza della Cassazione su Sofri. Dopo l’incursione nella diretta del Tg3, gli chiesi di lasciar perdere, l’argomento era troppo serio. Quando capii che non aveva nessuna intenzione di andarsene, mi misi a ridosso della fontana in piazza Cavour. Pur di stare dietro le spalle s’infilo’ con i piedi dentro la fontana. Basto’ una spintarella e, splaff, fini’ lungo nell’acqua. Si rialzo’ ridendo: “Collegamento bagnato, collegamento sfortunato”. Insomma, aveva accettato filosoficamente la sconfitta. La seconda volta, sempre a Roma, davanti a un palazzo crollato, tanti morti. Li’ lo convinsi. A malincuore ammise che davvero non era il caso. La terza a piazza Esedra durante la manifestazione per Giuliana Sgrena. Stavo su un palchetto per la diretta ed ero irraggiungibile. Cosi’ ebbe un’idea: compro’ un bastone, tolse il manifesto di Giuliana e ci schiaffo’ un cartello con il suo indirizzo web. Chiesi attenzione all’operatore ma quel cartello per qualche secondo fini’ nell’inquadratura. Se insomma devo fare un bilancio, mi pare che Paolini con me non abbia ottenuto grandi risultati. Devo ammettere che e’ preparatissimo, sa tutto di noi, e cerca di arringare la folla. Sentivo a piazza Esedra che diceva: “Ma vi pare che a Pino Scaccia freghi un cazzo della Sgrena?”. Ci conosce tutti ed evidentemente ha pure qualche amico perche’ sa sempre dove sono le telecamere e sa piazzarsi con blitz improvvisi. Pero’ adesso non faccia la vittima. Quando i suoi avvocati parlano di un personaggio che “si apposta dietro le telecamere in una pubblica via, è muto, immobile e non gesticola” dicono una fenomenale bugia. Non solo il personaggio gesticola, ma parla e offende a tutti i livelli, anche i livelli molto alti, anzi altissimi. Prima o poi qualcuno doveva fermarlo. Io , che mi sento spiritualmente erede di Frajese, non posso che allinearmi a quella gran mossa di Paolo a Parigi. Disse “scusate”, si giro’ e sferro’ un calcio nelle parti basse al disturbatore. Forse quello resta il sistema migliore, senza troppe denunce.

25 febbraio 2006

Ormai sembra il fantasma di quel “mastino” che tutti in Sicilia temevano. L’ho incontrato anni fa, appena uscito dal carcere, e ho visto un uomo distrutto. Si è difeso però con forza, non parlando di complotto ma insomma del destino da vittima sacrificale. Serviva distruggerlo, mi ha detto, senza spiegare perché e soprattutto da chi. Di lui sono state dette le cose peggiori. Soprattutto una, la piu’ infamante per un poliziotto: collusione con la mafia, cioe’ il nemico. In realta’, quando il responsabile del Sisde per la Sicilia orientale fu arrestato i suoi capi lo difesero a spada tratta. Ma da quando e’ morto Parisi nessuno piu’ lo difende. I suoi scarsi amici sostengono che Contrada e’ vittima di una lotta di potere. Ma i suoi numerosi nemici ritengono invece che le accuse siano autentiche. Contrada, secondo loro, avrebbe aiutato la mafia. Il problema e’ di stabilire perche’. Forse per quieto vivere, forse per paura dopo l’uccisione del commissario Boris Giuliano, ma la tesi piu’ accreditata e’ che Contrada sia stato vittima della sua ambizione. Su Contrada in effetti incombono molte altre grandi ombre che investono gli apparati dello Stato, ossia il suo ruolo nel Sisde. Si mormora di un suo “intervento” dopo il delitto Dalla Chiesa legato a documenti sul caso Moro, si dice anche che fu lui il primo ad accorrere sul luogo dell’omicidio di Insalaco, l’ex sindaco di Palermo che stava raccontando a Falcone le trame del comitato d’affari: quel pomeriggio spari’ una borsa. Non solo: Contrada e’ stato accusato anche di aver ordinato l’attentato (non riuscito) a Falcone, quello dell’Addaura. Ad accusarlo ci sono molti pentiti, di quelli credibili: Buscetta, Mutolo, Marchese, Mannoia fino agli ultimi, Cancemi e Scavuzzo. Secondo loro non ci sono dubbi: il funzionario del Sisde avrebbe favorito latitanze, vanificato operazioni di polizia e tramato con i mafiosi. E i giudici oggi hanno creduto a loro.

24 marzo 2005

“Salve, sono Natale Liggi, un ex agente della polizia stradale di Cesena.Vi prego di volermi dedicare qualche minuto perché possa esporre quanto è successo a mio figlio Ivan, anch’egli agente della Stradale di Rimini. Ivan, sin da piccolo ha sognato di diventare un poliziotto come il suo papà, indossare quella divisa che in famiglia viene indossata da molti, (dal papà, due zii, due cugini, ed il cognato). Ivan è cresciuto con certi valori e determinate ideologie. Il 18 marzo del 1992 il suo sogno si realizza, superando le selezioni riesce ad entrare in polizia. Quattro anni dopo viene trasferito nella nuova sezione della Stradale di Rimini. A 25 anni, il 24 febbraio del 1997 la sua vita subisce un trauma irreversibile. Ivan ,in servizio di pattuglia sulla statale Adriatica intima l’alt a un automobilista, che si da alla fuga saltando il posto di blocco. Dopo un inseguimento durato circa un’ora nel centro di Rimini la pattuglia, armi in pugno, ferma questa folle corsa, improvvisamente l’auto riprende la fuga investendo l’agente Ivan e facendolo cadere: in questi momenti di concitazione, il poliziotto si rialza da terra, rincorre il fuggitivo estraendo l’arma dalla fondina, che aveva il colpo in canna inserito al momento del fermo, una esplosione, parte un colpo accidentalmente, il proiettile infrange il lunotto posteriore e colpisce l’automobilista uccidendolo. Ivan dopo cinque anni di sospensione è stato reintegrato presso la polizia ferroviaria di Pesaro, si è distinto per due episodi per i quali è stato proposto una lode per interventi particolarmente rischiosi effettuati fuori servizio. Ma intanto dalla Corte D’assise di Rimini l’agente Liggi è stato condannato a 4 anni per omicidio colposo. Nel 2000 il procuratore generale di Bologna, impugna la sentenza, la trasforma in omicidio volontario. La Cassazione nel 2001 annulla la sentenza rinviandola di nuovo alla Corte d’appello di Bologna. La Corte Suprema di Cassazione il 15 ottobre 2004 conferma la seconda condanna della Corte d’Appello di Bologna a 9 anni e 5 mesi per aver sparato volontariamente ad altezza d’uomo, pena che Ivan ha iniziato a scontare nel carcere dal giorno 16 ottobre 2004. Intanto anche la Corte dei Conti presenta il conto, condanna Ivan a risarcire al Ministero dell’Interno Euro 130.000 pari alla somma pagata alla parte civile, più interessi che maturano dal 28 febbraio 2003 di Euro 11,16 giornalieri. Licenziato dal lavoro sarà perseguitato fiscalmente per il resto della sua vita. Continuo a non credere che Ivan avesse la volontà di ammazzare quel ragazzo, lo comprendono anche le sorelle della vittima che ai giornali hanno pronunciato le seguenti parole: “Anche nostro fratello avrebbe voluto un po’ di pace per Ivan, faremmo di tutto per aiutarlo, anche andare davanti ai giudici per chiedere una riduzione della pena per non distruggere un’altra vita”.

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